Project | TRANSITOS

Tránsitos
Site-specific installation
Solo Exhibition | MAC Contemporary Art Museum, Santiago de Chile, 2009.

Tránsitos
Videoinstallation
Art Paris + Guest. Fondation Francés, Grand Palais, Paris 2010.
About the city. Bartoli-Felter Art Foundation, Cagliari 2010.


Tránsitos
Site-specific installation # 2
Premio Celeste, finale 2010. Fondazione Brodbeck, Catania

Transiti / Tránsitos
Video performance
In corpo, dalla performance al video. Arte Fiera Off Event. BT'F Gallery, Bologna 2011.
54. Venice Biennal / Academy Pavillon. Arsenale Novissimo, Venezia 2011.


CONCEPT PROGETTO ESPOSITIVO

Tránsitos sviluppa una tematica strettamente legata al rapporto uomo-casa-territorio. Il concetto di transito, migrazione, transizione, l'esigenza dello stanziamento, il sentimento di appartenenza ad una comunità, lo straniamento che consegue ad uno spostamento sono le basi su cui si fonda tutto il progetto.
Sulla soglia, una valigia contenente un calco di gambe in posizione di cammino, accoglie il visitatore. Piedi in valigia come bagaglio pesante che non lascia mezzi per spostarsi... o forse l'unico mezzo necessario.
All'interno dello spazio espositivo ricostruisco un'abitazione, lo spazio stesso diventa abitazione, questa è però solo percepibile attraverso gli oggetti "mancanti", mobili che lasciano delle tracce, come su una carta da parati dove sono stati per molto tempo; delle sagome sui muri sono l'unica testimonianza di ciò che vi abitò.
La mappa della città diviene dentro la stanza una grande scatola, la trama del tessuto urbano avvolge le pareti ed il pavimento come una astratta e geometrica carta da parati. Le sagome dei mobili sono lacune, bianche ombre che tagliano percorsi, cancellano direzioni, confondono destinazioni. E' il bagaglio che si è dovuto lasciare altrove, perché troppo pesante, perché difficile da contenere. Una vita vissuta, altrove, di cui è difficile cancellare le tracce e che difficilmente ti lascerà percorrere le strade con la stessa sicurezza di chi le ha sempre conosciute.
All'interno della stanza, unico oggetto reale è un tavolo su cui viene proiettato un video. Scorrono immagini di paesaggi, strade, luoghi e ritratti di gente; una mano con un pennarello prova a delinearne i contorni, ricalcarne le sagome, studiarne le forme. L'immagine si sposta continuamente e costringe la mano a ricominciare, a tracciare di nuovo le linee, a sdoppiare quella visione che si credeva di avere fermato o che si credeva di potere fissare...
Sul pavimento un libro, come una raccolta di ricordi, un personale album fotografico, raccoglie i disegni realizzati durante l'azione del video. Disegni incerti su fogli bianchi, Il visitatore può sfogliarli.

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performance

e scatola, la trama del tessuto urbano avvolge le pareti ed il pavimento come una astratta e geometrica carta da parati. Le sagome dei mobili sono lacune, bianche ombre che tagliano percorsi, cancellano direzioni, confondono destinazioni. E' il bagaglio che si è dovuto lasciare altrove, perché troppo pesante, perché difficile da contenere. Una vita vissuta, altrove, di cui è difficile cancellare le tracce e che difficilmente ti lascerà percorrere le strade con la stessa sicurezza di chi le ha sempre conosciute.
All'interno della stanza, unico oggetto reale è un tavolo su cui viene proiettato un video. Scorrono immagini di paesaggi, strade, luoghi e ritratti di gente; una mano con un pennarello prova a delinearne i contorni, ricalcarne le sagome, studiarne le forme. L'immagine si sposta continuamente e costringe la mano a ricominciare, a tracciare di nuovo le linee, a sdoppiare quella visione che si credeva di avere fermato o che si credeva di potere fissare...
Sul pavimento un libro, come una raccolta di ricordi, un personale album fotografico, raccoglie i disegni realizzati d

video performance

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Brodbeck

TESTO CRITICO

Oggetti smarriti
di Simonetta Angelini


Questa è la casa, il mare e la bandiera.
Erravamo per altri lunghi muri.
Non trovavamo porta né suono
dall'assenza, come dopo morti.
E alfin la casa apre il suo silenzio,
entriamo a calpestare l'abbandono,
Di topi morti e l'addio vuoto, l'acqua che pianse nelle tubature.
Pianse, pianse la casa notte e giorno,
gemette con i ragni, socchiusa, isi sgranò dai suoi occhi neri,
e ora d'improvviso la ritorniam viva,
la popoliamo e non ci riconosce: deve fiorire, e non si ricorda.
(P. Neruda, sonetto LXXV)

Percorrere i luoghi è una chirurgia sull'identità. Di chi abita i confini, i limiti, i transiti, le metamorfosi, i bordi delle strade. Di chi inventa la propria non-appartenenza a nulla.
Il percorso artistico di Claudia Gambadoro è una relazione ossimorica con il perduto e la memoria, con l'orientamento e lo spaesamento, con il legame e il distacco, un attraversamento di permanenza e impermanenza, centro e distanza, costruzione e destrutturazione, saturazione e sottrazione, di nomadismi interiori e di chi si sradica senza scelta. Di geometrie del caos. Un farsi nomade, straniera, apolide ovunque, senza mai ritorni, perennemente errante.
Come chi inscatola un piccolo universo di immagini inafferrabili, di oggetti come segnali, di voci che rendono presente una assenza, costruendo topografie di territori plurali e di identità meticce, l'artista lavora su geografie labirintiche, sul perduto, sullo smarrimento, sullo sradicamento.
Geometrie latenti che sanno il contenere e lo svuotamento, che conoscono la transitorietà, lo smarrimento dell'estraneo, il disorientamento, l'amputazione dell'identità.
Lo spazio dell'installazione, un lavoro complesso, pensato site specific per il Mac di Santiago del Cile dopo un'esperienza di residenza, è strutturato per sottrazioni, per assenze. E la condensazione di un microcosmo. È una dialettica di contenitore e contenuto, farsi spazio dentro un altro spazio. L'invenzione di un esperanto.
La mappa di Santiago diviene una scatola della memoria, un territorio in cui si arriva da estranei, un luogo di non ritorno. Vi abita lo smarrirsi e la necessità dolorosa di una terra in cui trovarsi.
I luoghi hanno un moto centrifugo e concentrico, trascorrente. Abitano essi stessi la mente. La convenzionalità dei confini sfuma, deborda. Le strade della città divengono elemento di astrazione, groviglio di spazi e partenze, margini, limiti, confini, incroci; ragnatele di immenso ragno che ordisce trame a trattenere desideri, dolori, orme lasciate, tracce, rovine, ricordi, idoli, segreti, cibi e pelle, alfabeti scomparsi e dimenticati, contraddizioni. Trattiene le vite come insetti di cui nutrirsi, di cui lasciare solo l'involucro.
Poi oggetti. Come segnali. Ordinati con cura, in sovrapposizione fantasmatica rispetto alla mappa della città. "Esseri ed oggetti sono legati e gli oggetti assumono in questa collusione una densità, un valore affettivo che si accetta di chiamare presenza ( J. Baudrillard, Il sistema degli oggetti). Come nel video Box, altro lavoro dell'artista, assistiamo, attraverso il segno, alla costruzione di un piccolo mondo intimo, sicuro, addomesticato. Il suo è però un costruire che contiene in sè il disfacimento. Come a farsi una prigione di sicurezza per poterne evadere, come mettere radici per poterle sradicare.
L'artista ha, in questa nuova opera, un moto a levare, come svuotando un ventre, una intimità, perché il posto in cui si abita è il proprio posto nel mondo, identità e rappresentazione.
Come in un simbolico trasloco o nell'atto iniziale di creare nuovi spazi e nuove intimità, di partire o arrivare, resta solo una traccia degli oggetti assenti, sagome tracciate come a riafferrarne analiticamente il senso del perduto, della partenza, dell'appartenenza, della mancanza che ormai è anch'essa carne e sangue: è identitaria. E una mutilazione. Occorre perdere per fare spazio. Farsi estraneo come lo straniero che cerca condizioni migliori per il nomadismo di chi può tornare.
Restano solo un tavolo, una sedia, una valigia, voci in lontananza, un libro di ricordi.
Sul piano del tavolo, come un messaggio di inafferrabilità, è proiettato un video: paesaggi, volti, spazi. Una mano, in controluce, in tralice, dall'oscurità della vaghezza, si affanna a tracciarne in un disegno i contorni, le linee, le forme. Sembra l'unica strategia di conoscenza, di appropriazione, questo disperato tracciare segni, fare di nuovo mappe per riconoscere e trovare identità meticce e nomadiche nei luoghi percorsi, in orizzonti sconosciuti di un perenne altrove di tempo e di luogo, senza un centro di gravita. Quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato remoto del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto (...). Il viaggiatore ritrova un passato che non sapeva più di avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più ti aspetta al varco dei luoghi estranei e non posseduti" dice ancora il Marco Polo, viaggiatore impossibile, di I. Calvino. La mano non riesce mai ad afferrare il senso; il disegno, l'analisi restano un abbozzo, un piano indeterminato di fuga per strade che si conoscono da vagabondi, da estranei, contaminando lingue, gesti, codici. Conoscendo e dimenticando.
Pare di sentire intorno voci di immigrati, sovrapposizioni babeliche di lingue spurie, di genti meticce dal sangue misto, cilene e italiane. Elencano oggetti, feticci per una identità scelta: quelli che porterebbero via partendo dal loro paese. La parola evoca la presenza, racconta la differenza e la similarità, ricrea un mondo, dando un nome alle cose, come una preghiera di scelte ed esclusioni. Alla presenza, alla permanenza.
E' come stare sempre sulla soglia, nè dentro nè fuori "La porta è contemporaneamente entrata e uscita. Il che vuol dire che la meta è l'origine (...). Esci dal nulla, arrivi al nulla" scrive l'artista meticcio cileno, immigrato ed emigrato, dalle identita plurali e accumulate, Jodorowsky.
La valigia degli emigranti, di chi cerca altrove le sue possibilità di esistenza è il bagaglio di chi porta via niente e lascia tutto. Ha un lato in vetro e diviene teca a contenere, a mostrare in trasparente purezza e profilattica castrazione il calco in gesso di gambe in movimento. L'ultimo ossimoro cristallizzato di un viaggio cui nulla serve se non l'atto del transito.
Il viaggiatore è assente: plurale e multiforme. È partito, senza ritorno.
Il nomadismo dell'artista, resta l'unica appartenenza identitaria possibile: quella dell'ipse, il fondamento etico di sé, la relazione di alterità e di scambio, sempre in mutazione. L'altrove dentro, come uno specchio in negativo in cui " il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà" (I. Calvino). Questo orizzonte ignoto, senza mete, instabile, di presagi, di contatti, di dimenticanze e ricordi, di smarrimenti pare possibile solo qui, ad finem terrae, nei lembi estremi del mondo, in un territorio senza confini.

Predict the future by creating it

You didn’t come this far to stop

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low angle view photography of a gray building
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pink metal frame photo
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gray concrete wall inside building
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white and black abstract painting
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People and culture

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